Conversione del contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato

Se il rapporto di lavoro oltrepassa il periodo “cuscinetto” di 30 giorni (in caso di contratto inferiore a sei mesi) o 50 giorni (in caso di contratto superiore a sei mesi), il contratto si considera trasformato da tempo determinato a tempo indeterminato a far data da tale sconfinamento.

In vero, la normativa prevede la possibilità di proseguire il rapporto di lavoro per 30 giorni successivi alla scadenza del contratto a tempo determinato in caso di contratto di durata inferiore ai sei mesi: in questo caso il lavoratore ha diritto ad una maggiorazione del 20% dal 1° al 10° giorno, e del 40% per i giorni dall’11° al 30°.

Nel caso di contratto di durata pari o superiore a 6 mesi è ammessa la prosecuzione di fatto di 50 giorni dalla scadenza dello stesso: il lavoratore ha diritto ad una maggiorazione del 20% dal 1° al 10° giorno successivo alla scadenza originaria e del 40% per i giorni dall’11° al 50°;

In caso di successione di contratti a termine, ai sensi dell'art.1, D.Lgs. n.368/01, è necessario che trascorra uno stacco di tempo tra il primo e il secondo contratto a termine, stipulato tra le stesse parti contrattuali:

- intervallo di 10 giorni se la durata del primo contratto è inferiore ai 6 mesi.
- intervallo di 20 giorni se la durata del primo contratto è superiore ai 6 mesi.

Qualora il suddetto stacco non sia rispettato, il secondo contratto si considera a tempo indeterminato.

Fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi, anche aziendali, stipulati con le OO.SS. comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nel caso in cui la successione di contratti a termine tra le stesse parti superi complessivamente i trentasei mesi (comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro) il rapporto si trasforma a tempo indeterminato.

La conversione per superamento della durata massima di 36 mesi avviene quando i contratti a termine riguardato lo svolgimento di mansioni “equivalenti”.

Il periodo di 36 mesi si computa sommando tutti i periodi di lavoro prestato tra le parti, (anche i periodi di missione nella somministrazione a termine).

Non si contano i periodi di interruzione tra un contratto e il successivo né i periodi di lavoro che abbiano già avuto luogo tra le stesse parti riguardanti lo svolgimento di mansioni equivalenti.

E’ possibile derogare alla durata massima in base ad un’eventuale clausola del contratto collettivo, nazionale, territoriale o aziendale oppure mediante la deroga assistita davanti alla DTL.

La deroga assistita è sottoposta a precise regole:
- un solo nuovo contratto;
- stipula presso la DTL con la presenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative;
- le OO.SS. di lavoratori e imprese devono firmare appositi avvisi comuni sulla durata di tali ulteriori contratti a termine;

Il decreto legge 76/2013 ha soppresso l’obbligo secondo il quale, in caso di prosecuzione del rapporto a termine, il datore aveva l’onere di comunicare al CPI, entro la scadenza del termine inizialmente fissato, che il rapporto sarebbe continuato oltre tale data, indicando altresì la durata della prosecuzione.

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