Ape sociale: difficoltà di applicazione

L’Ape volontario è un prestito bancario che copre il periodo che va dalla richiesta al pensionamento, il quale prevede l’erogazione di un prestito con cadenza mensile nel periodo che precede la pensione.

L’Inps non sostiene costi, in quanto risultano a carico del lavoratore, il quale dovrà restituire il prestito mediante trattenute dalla fattura pensione per 20 anni.

Tale meccanismo si potrebbe bloccare, in quanto la normativa non prevede espressamente l’obbligo di smettere di lavorare una volta raggiunta l’età pensionabile.

Infatti, come previsto dalla Legge di Bilancio 2017, nel momento in cui il soggetto richiede l’Ape volontario contestualmente dovrà presentare anche una domanda non revocabile di pensionamento di vecchiaia “da liquidare al raggiungimento dei requisiti di legge”. Pertanto, la domanda di pensione di vecchiaia rimane subordinata, ai fini della propria efficacia e della decorrenza della prestazione, alla conclusione del rapporto di lavoro che può avvenire in via unilaterale o per risoluzione consensuale.

Ma, il nuovo testo, in attesa di pubblicazione, del Dpcm di attuazione della legge 232/2016, prevede l’inoltro di una domanda non revocabile di pensione attraverso un modello allegato allo stesso decreto, in cui non è esplicitamente previsto alcun impiego da parte del lavoratore alla risoluzione del rapporto.

Tale aspetto dovrà essere chiarito, in quanto se al momento della fine del periodo di fruizione dell’Ape il richiedente, pur avendo maturato i requisiti anagrafici, e non cessasse dal proprio rapporto di lavoro, non potrà percepire l’anticipo, ma nemmeno la pensione e lo scadenziario del piano di ammortamento non potrebbe materialmente avviarsi. Pertanto, si attendono ulteriori delucidazioni da parte dell’Inps a seguito della pubblicazione del Dpcm in Gazzetta ufficiale.

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