Illeciti disciplinari, l’immediatezza va intesa in senso relativo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9285 dell’11 aprile 2017, è nuovamente intervenuta sul principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare e ha chiarito che questo criterio è da intendersi in senso relativo dal momento che si deve tener conto della natura dell’illecito disciplinare e del tempo necessario per lo svolgimento delle indagini che sarà tanto maggiore quanto più complessa risulterà l’organizzazione aziendale.

Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso presentato da un lavoratore a cui era stato intimato un licenziamento disciplinare. Lo stesso, infatti, aveva accettato delle somme di denaro da parte di un fornitore del datore di lavoro funzionali a consentire ai pezzi venduti il superamento del controllo di qualità, violando, in questo modo l’obbligo di fedeltà previsto dall’art. 2105 c.c.

Il lavoratore lamentava la tardività del procedimento disciplinare dal momento che esso era stato avviato dopo che erano trascorsi quattro mesi dalla scoperta dei fatti.

Gli Ermellini, confermando quanto statuito dalla Corte di Appello, ha escluso la tardività della contestazione disciplinare, dal momento che il principio di immediatezza deve essere inteso in senso relativo.

Tale principio rappresenta l’elemento costitutivo del diritto di recesso esercitato dal datore di lavoro in modo da garantire, attraverso una contestazione tempestiva, il diritto di difesa del dipendente.

Tuttavia, questa immediatezza della contestazione deve essere considerata in senso relativo, dovendosi considerare l’eventuale presenza di ragioni obiettive che possono far ritardare le indagini finalizzate a far emergere il comportamento illecito del lavoratore, soprattutto in contesti aziendali caratterizzati da un’articolazione particolarmente complessa.

Pertanto, è lecito un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l'accertamento e la valutazione dei fatti richiedano uno spazio maggiore.

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