Responsabilità dell’INPS per errori nella comunicazione dei dati contributivi e assicurativi

Con la sentenza n. 23050 del 3 ottobre 2017, la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla responsabilità dell’Inps in caso di comunicazioni errate di dati contributivi ed assicurativi, specie quando, da tali comunicazioni, derivi un danno per il cittadino che, confidando nella correttezza dei dati, effettui determinate scelte lavorative o pensionistiche pregiudizievoli.

In particolare, il caso di specie riguardava un lavoratore che, dopo diversi anni di attività, era stato collocato in mobilità sulla base dell’indicazione dell’Istituto previdenziale che fosse sufficiente un certo periodo di tempo per la maturazione del requisito minimo per l’accesso alla pensione; di conseguenza, facendo affidamento su questa circostanza, il dipendente siglava con l’azienda un atto con il quale rinunciava ad impugnare il licenziamento, se non che, successivamente, la domanda di pensione veniva respinta per il mancato perfezionamento dei requisiti richiesti.

Il calcolo della posizione contributiva effettuato dall’Inps si era rivelato non corretto e ciò aveva comportato per il ricorrente un danno economico non indifferente.

Instaurato il giudizio, in secondo grado la Corte d’Appello rigettava il gravame promosso dal dipendente, sostenendo, tra l’altro, che le indicazioni ricevute dall’Istituto previdenziale fossero troppo generiche e quindi inidonee a rivestire “efficacia certificativa” e a determinare un vero e proprio danno da legittimo affidamento.

Infatti, la Corte territoriale, pur non negando il pregiudizio occorso al lavoratore, aderiva tuttavia a quell’orientamento più rigoroso e “formalistico” secondo il quale, perché venga riconosciuta la responsabilità dell’Istituto ed il conseguente risarcimento del danno al cittadino, è necessario che sia stata attivata la procedura di cui all’art. 54, L. 88/1989, ossia vi sia stata una specifica richiesta di informazioni dell’interessato e alla stessa sia seguita una risposta dell’Inps contenuta in un documento ufficiale con valore certificativo, elementi che nella fattispecie non ricorrevano.

Il lavoratore proponeva quindi ricorso in Cassazione, anche per questo motivo.

La Suprema Corte, nella sentenza in esame, su questo punto dimostra di favorire una diversa tesi, attribuendo maggiore rilevanza ai principi di buona fede e di legittimo affidamento.

Invero, afferma la Cassazione, che in caso di comunicazioni erronee al lavoratore da parte dell’Inps, circa la posizione contributiva, l’Istituto ne risulta responsabile per inadempimento contrattuale ed è quindi tenuto al risarcimento del danno (salvo che l’errore sia dovuto ad un fattore esterno ed estraneo alla sua sfera di controllo) anche al di fuori delle ipotesi più “tipiche” dell’art. 54 e al di là dello specifico procedimento di rilascio previsto dalla legge.

Inoltre, da un lato vige il principio del buon andamento ex art. 97 Cost. (che impone la veridicità degli atti e delle comunicazioni provenienti dalle pubbliche amministrazioni), dall’altro, ai sensi dell’art. 1175 c.c. merita tutela l’affidamento dell’assicurato; ne consegue che, una volta dimostrato l’inadempimento dell’Ente previdenziale, grava su di esso l’obbligo di risarcire al lavoratore il danno (patrimoniale) derivante dall’errata comunicazione, non essendo necessarie, a tal fine, particolari forme di richiesta e di rilascio della certificazione da parte dell’Istituto ex art. 54, L. 88/1989.

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