Validità del recesso per mancato superamento della prova nelle assunzioni obbligatorie

Con la sentenza n. 16390 dello scorso 4 luglio 2017, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema dell’ammissibilità del patto di prova, nel caso di assunzione obbligatoria di lavoratori invalidi in forza della Legge n. 482/1968, nonché in ordine alla eventuale validità di un eventuale recesso del datore intimato per mancato superamento della prova.

Il caso giunto alla Suprema Corte riguardava un lavoratore, precedentemente assunto tramite avviamento obbligatorio e successivamente licenziato per asserito mancato superamento del periodo di prova in quanto, a detta dell’azienda, non era stato in grado di svolgere in modo adeguato i compiti assegnatigli; sia in primo grado che in appello, i Giudici avevano respinto la domanda del lavoratore volta ad accertare l’illegittimità del licenziamento.

In particolare, la Corte d’Appello aveva dedotto che il lavoratore nulla aveva argomentato circa l’esistenza di un motivo illecito o comunque estraneo al patto di prova, tale da poter invalidare il provvedimento aziendale.

La Cassazione, con la sentenza in esame, ha dapprima ribadito che, generalmente, il licenziamento intimato al termine del periodo di prova ha natura discrezionale e, pertanto, non deve essere motivato; spetta eventualmente al lavoratore licenziato l’onere di provare sia il positivo superamento della prova, sia che il licenziamento è in realtà fondato su un motivo illecito estraneo alla finalità della prova.

Sostengono poi gli Ermellini che, nello specifico, in caso di assunzione obbligatoria di un soggetto invalido, in base alla L. 482/1968, è ammessa la stipula del patto di prova, a patto, però, che le mansioni assegnate durante la prova siano compatibili con la specifica minorazione del soggetto.

Qualora l’esperimento della prova abbia esito negativo, il licenziamento è valido a condizione che il datore di lavoro indichi le ragioni oggettive che hanno determinato il mancato superamento della prova, ragioni che devono essere slegate da qualsiasi valutazione sulla menomazione fisica del lavoratore. In altri termini, l’esito della prova non può essere condizionato da un’eventuale considerazione circa il minore rendimento dovuto all’infermità del soggetto.

Una volta che il recesso risulti obiettivamente ed adeguatamente motivato, incombe sul lavoratore, che deduca l’invalidità dello stesso, l’onere di provare in modo rigoroso la presenza di un motivo illecito o discriminatorio oppure lo svolgimento di mansioni incompatibili con la propria minorazione.

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