Le dimissioni del genitore

L'art. 55, Decreto Legislativo n. 151/2001, prevede un'importante eccezione rispetto alla regola generale in base alla quale solo le dimissioni per giusta causa possono dare diritto all'ASpI.

In particolare, il citato art. 55 dispone:

1. In caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo per cui è previsto, a norma dell'articolo 54, il divieto di licenziamento, la lavoratrice ha diritto alle indennità previste da disposizioni di legge e contrattuali per il caso di licenziamento.
2. La disposizione di cui al comma 1 si applica al padre lavoratore che ha fruito del congedo di paternità.
3. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche nel caso di adozione e di affidamento, entro un anno dall'ingresso del minore nel nucleo familiare.

Dalla lettura del dettato normativo emerge con chiarezza che le dimissioni ed il licenziamento ai fini della concessione della vecchia indennità di disoccupazione, oggi ASpI, sono equiparate.

Questa equiparazione riguarda il periodo in cui vige il divieto di licenziamento della lavoratrice madre, ovvero dal trecentesimo giorno antecedente la data presunta del parto fino a al primo anno di vita del bambino, così come previsto dall'art. 54, T.U. Maternità.

La ratio della disposizione sembra quella di ammortizzare le conseguenze economiche della scelta di una madre di rinunciare al lavoro per accudire il figlio.

Lo dimostra il fatto che il legislatore, per la concessione del trattamento di disoccupazione, si disinteressa delle motivazioni sottese alle dimissioni e, quindi, della giusta causa delle stesse.

La suddetta equiparazione viene concessa sia al padre che abbia goduto del congedo obbligatorio (art. 28, T.U. Maternità), che al genitore adottivo/affidatario entro un anno dall'ingresso del bambino in famiglia.

Passaggio fondamentale per la validità delle dimissioni del genitore, ma non per il riconoscimento dell'ASpI, è la procedura di convalida delle stesse presso le Direzioni Territoriali del Lavoro, così come previsto dal nuovo testo dell'art. 55, comma 4, T.U. Maternità, in base al quale:

"la risoluzione consensuale del rapporto o la richiesta di dimissioni presentate dalla lavoratrice, durante il periodo di gravidanza, e dalla lavoratrice o dal lavoratore durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento, o, in caso di adozione internazionale, nei primi tre anni decorrenti dalle comunicazioni di cui all'art. 54, comma 9, devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali competente per territorio. A detta convalida è sospensivamente condizionata l'efficacia della risoluzione del rapporto".

Le novità introdotte dalla riforma sono tre:
1. applicazione della procedura anche alla fattispecie della risoluzione consensuale;
2. obbligatorietà della stessa anche nelle ipotesi di dimissioni rassegnate dal padre lavoratore o dai genitori adottivi/affidatari;
3. estensione del periodo di obbligatorietà della convalida da uno a tre anni di età del bambino.

L'iter procedurale per la convalida prevede:

1. l'invito del datore di lavoro a presentarsi alla DTL per convalidare le dimissioni;
2. la dichiarazione di convalida della lavoratrice;
3. infine, l'accertamento sulla genuinità della volontà di dimettersi (a riguardo il Ministero del Lavoro rileva la necessità di accertare l'autenticità delle dimissioni attraverso un colloquio finalizzato a verificare l'assenza di forme di coercizione da parte del datore di lavoro.

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