Irrogazione della sanzione disciplinare


Cassazione, 13 aprile 2007, n. 8910

Il potere disciplinare ascritto dalle disposizioni codicistiche in capo al datore di lavoro e determinante anche, a livello pratico, il potere di infliggere sanzioni disciplinari e di proporzionare la gravità dell'illecito accertato fondamentalmente rappresenta un'esplicazione della libertà di iniziativa economica ex articolo 41 della Costituzione.

In considerazione della peculiarità degli interessi in gioco deriva, come logica conseguenza, che tale esercizio può essere esercitato solo d esclusivamente dal datore di lavoro e questo perché, come ha avuto modo di precisare la Cassazione nella pronuncia in esame, solo il datore è in grado di esaminare in modo concreto il comportamento del lavoratore e di valutarne i riflessi a livello lavorativo.

In conseguenza a ciò è precluso al giudice, anche qualora intervenga sull'opposizione del lavoratore, qualsiasi intervento sulle scelte operate dal titolare e tale preclusione opera anche nel caso di riduzione della gravità della sanzione, salvo, però, il solo caso in cui l'imprenditore abbia superato il massimo edittale e la relativa riduzione consista soltanto in una riconduzione a tale limite.

 
Cassazione, 17 maggio 2003, n. 7734

Nella pronuncia in esame la Corte incentra l'attenzione su un requisito di fondamentale importanza in materia di contestazione dell'addebito rivolto al lavoratore e consistente nella c.d. immutabilità.

Nel momento in cui si parla di immutabilità occorre precisare che la ratio della prescrizione in materia è essenzialmente quella di tutelare l'ineludibile diritto di difesa che la legge riconosce a favore del lavoratore.

In base a quanto detto deriva, come logico corollario, la categorica preclusione al datore di lavoro di licenziare per altri motivi, diversi da quelli effettivamente e concretamente contestati.

Tale affermazione, però, deve essere intesa nella reale portata in quanto non si vieta all'imprenditore di considerare fatti non contestati e collocantisi a distanza anche superiore a due anni dal recesso, quali circostanze confermative della significatività di altri addebiti posti a base del licenziamento, al fine della valutazione della complessiva gravità del fatto.
 

Cassazione, 21 maggio 2002, n. 7462

La predetta pronuncia incentra l'attenzione su un criterio di estrema importanza che deve guidare il datore di lavoro nell'esercizio concreto del potere disciplinare: la valutazione della proporzionalità tra il comportamento illecito posto in essere dal lavoratore e la sanzione irrogata dal datore di lavoro, nel caso di specie si trattava di un licenziamento disciplinare.

Tale valutazione, come mirabilmente afferma la Corte, deve essere condotta non in astratto ma con specifico riferimento a tutte le circostanze concrete che caratterizzano il caso, inquadrando l'addebito nelle specifiche e concrete modalità esplicative e tenendo conto non solo della natura del fatto contestato e del suo contenuto ma anche di tutti gli ulteriori elementi idonei a consentire l'adeguamento della disposizione normativa ex art. 2119 c.c. alla concreta fattispecie.

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