Blocco dei licenziamenti - illegittimità se non c'è cessazione definitiva

La sentenza n. 2362 del 12 marzo 2021, emessa dal Tribunale di Roma, rafforza e conferma quanto già noto in merito al blocco dei licenziamenti introdotto sin dall’inizio dell’emergenza Covid per arginare gli effetti negativi sull’occupazione. Tale disposizione, introdotta dal DL 18/2020 e poi ripresa e ampliata insieme alla proroga degli ammortizzatori sociali Covid, ha precluso ai datori di lavoro la possibilità di recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo o di avviare/proseguire procedure di licenziamento collettivo. Si ricorda che la normativa, attualmente in vigore fino al 30 giugno 2021 o al 31 ottobre 2021 in base alla tipologia di sostegni fruita dalle aziende, prevede la non applicabilità del divieto di licenziamento nelle seguenti ipotesi:

  • di cessazione definitiva dell'attività aziendale, conseguente alla messa in liquidazione della società senza continuazione, anche parziale, dell'attività in cui - nel corso della liquidazione - non si ravvisi la cessione di un complesso di beni od attività che possano configurare un trasferimento d'azienda o di un ramo di essa, oppure
  • di accordo collettivo aziendale di incentivo alla risoluzione del rapporto di lavoro, limitatamente ai lavoratori che aderiscono al predetto accordo, oppure
  • di licenziamenti intimati per fallimento, quando non sia previsto l'esercizio provvisorio dell'impresa, ovvero ne sia disposta la cessazione.

La sentenza in argomento analizza il caso di un licenziamento, avvenuto durante il periodo protetto dalla normativa emergenziale, comminato con causale “cessazione dell’attività aziendale”. Nel caso in esame il giudice ha accolto l’impugnazione promossa dal lavoratore in quanto il datore di lavoro non aveva avviato alcuna procedura di cessazione definitiva dell’attività, limitandosi a denunciare lo stato di semplice inattività alla Camera di Commercio. Non rileva inoltre in alcun modo la presentazione della documentazione attestante l’avvenuta risoluzione del contratto di appalto di servizi in cui era impiegato il lavoratore licenziato, la quale non giustifica, di per sé, l’esclusione dal divieto.

Il giudice ha pertanto dichiarato la nullità del licenziamento intimato e ha condannato la società resistente a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro, con corresponsione di un risarcimento in misura pari all'ultima retribuzione utile ai fini del calcolo del T.F.R. per 13 mensilità, in relazione all’intero periodo intercorrente tra il giorno del licenziamento e il giorno dell'effettiva reintegrazione.

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