Corte di Cassazione: legittimo il contratto di lavoro intermittente anche in caso di divieto del CCNL

Il contratto di lavoro intermittente consente al datore di lavoro di potersi fruire dell’attività di un lavoratore chiamandolo all’occorrenza, da qui il nome “contratto a chiamata” o “job on call”. Questa tipologia contrattuale viene disciplinata dal Dlgs 81/2015 dagli artt.13 e seguenti.  

Nello specifico, il contratto di lavoro intermittente può essere redatto:  

  • Per le esigenze individuate dai contratti collettivi;  

  • Se i lavoratori hanno un’età inferiore a 24 anni (le prestazioni a chiamata devo interrompersi nel momento in cui il lavoratore compia i 25 anni) oppure di età superiore a 55 anni.  

Qualora, però, la prima ipotesi non si verifichi, occorre verificare se le mansioni per le quali viene assunto il lavoratore sono contenute del Regio Decreto n.2657 del 1923. Tuttavia, la presente tipologia prevede che il datore di lavoro con il medesimo lavoratore possa effettuare massimo 400 giornate nell’arco di 3 anni solari (circolare MLPS n.35/2013), con la sola eccezione dei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo. Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro non rispetti tale requisito, il rapporto di lavoro intermittente si trasforma in un rapporto a tempo pieno e indeterminato.  

Il lavoratore intermittente non può essere instaurato:  

  • per sostituire lavoratori in sciopero; 

  • se nei 6 mesi precedenti nella medesima unità produttiva l’azienda ha provveduto a licenziamenti collettivi per lavoratori adibiti alle stesse mansioni del lavoratore a chiamata; oppure presso unità produttive presso le quali sono operanti una sospensione del lavoro o una riduzione dell’orario in regime di cassa integrazione guadagni, che interessano lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro intermittente; 

  • se il datore di lavoro non ha effettuato la valutazione dei rischi in applicazione della normativa di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.  

Oltre alla comunicazione obbligatoria pre-assuntiva, il datore di lavoro dovrà effettuare una comunicazione amministrativa al Ministero prima dell’inizio dello svolgimento della prestazione lavorativa.  In caso di inottemperanza, la sanzione amministrativa ammonta tra i 400 e i 2400 euro per ciascun lavoratore interessato.  

Su questo tema di recente, la Corte di Cassazione (sentenza n.29423 del 13 novembre 2019), si è pronunciata riguardo alla legittimità di un contratto di lavoro intermittente in presenza di un esplicito divieto effettuato dal CCNL di categoria.  

La fattispecie portata al vaglio della Corte di Cassazione riguardava la sentenza della Corte d’appello di Bologna, nella quale i giudici di secondo grado avevano respinto la domanda posta da un lavoratore di una società di trasporto riguardo all’accertamento dell’illegittimità del contratto di lavoro intermittente ed alla conversione del rapporto stesso in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Tale ricorso nasceva dal fatto che il Contratto collettivo applicato in azienda, vigente nel 2011, prevedeva il divieto di assunzione con contratto a chiamata. Tale ipotesi trovava poi fondamento in una nota Ministeriale. Tuttavia, i giudici appurata la genuinità del rapporto di lavoro a chiamata, hanno ritenuto infondato il motivo del ricorso in quanto la tesi del lavoratore non trova fondamento nella disciplina sul lavoro intermittente.  

Anche la Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso del lavoratore, in quanto il rinvio alla contrattazione collettiva ha l’intento principale di individuare le situazioni lavorative che giustificano il ricorso a tale tipologia. Infatti, nella legge, anche attuale, non si evince alcun ruolo delle parti sociali finalizzato a vietare il ricorso al lavoro intermittente, ma solo ad individuarne le casistiche. Quindi, nel caso in cui la contrattazione collettiva non preveda alcuna ipotesi, occorre fare riferimento al Decreto ministeriale del 23 ottobre 2004, in virtù del quale è ammessa l’instaurazione di contratti di lavoro intermittente per le mansioni previste dal Regio Decreto n.2657 del 1923 e come confermato dall’interpello n.10/2016. Si attente anche un intervento dell’Ispettorato al fine di uniformare le visioni di pensiero.

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