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Cassazione: licenziamento per comporto e discriminazione indiretta del lavoratore malato oncologico

Di recente la Corte di Cassazione (Cass. 11731/2024) si è pronunciata sulla legittimità di un licenziamentointimato per superamento del periodo di comporto ad un lavoratore affetto da malattia oncologica.

Ai giudici veniva chiesto, in particolare, di accertare la discriminazione indiretta operata nei confronti dello stesso (ossia la discriminazione che si configura quando un criterio/disposizione/prassi apparentemente neutra mette in una posizione di particolare svantaggio i dipendenti appartenenti ad uno specifico gruppo sociale protetto).

Ricorreva in Cassazione la società, sostenendo la propria non conoscenza del reale stato di salute del dipendente in quanto il dipendente, in corso di rapporto, aveva prodotto dei certificati medici privi di riferimenti alla sofferta patologia oncologica cronica.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, evidenziando che:

  • l’applicazionedello stesso periodo di comporto a tutti i malati, senza le dovute distinzioni per coloro che hanno una disabilità, in considerazione dei maggiori rischi collegati a quest’ultima condizione, è da ritenersi discriminatoria ();
  • sussiste in capo ai datori di lavoro il dovere di adottare ogni ragionevole accomodamento organizzativo “che (…) sia idoneo a contemperare (…) l’interesse del disabile al mantenimento di un lavoro confacente alla sua condizione psico-fisica con quello del datore a garantirsi una prestazione lavorativa utile all’impresa”;
  • nei casi di procedimento speciale antidiscriminatorio e di azione ordinaria promossa dal lavoratore vige un’attenuazione del regime probatorio in favore di quest’ultimo, che vale anche nel caso di discriminazione indiretta.

Tutto ciò considerato la Cassazione ha poi chiarito che il datore che abbia avuto conoscenza dell’“handicap di salute” del proprio dipendente, ha l’onere di attivarsi per approfondire le ragioni delle assenze per malattia potenzialmente dipendenti dal detto handicap “così da superare quell’incertezza su di sé negativamente ridondante, in quanto tenuto a provare l’insussistenza della discriminazione, una volta dimostrate le circostanze di fatto idonee a lasciarla desumere”.

La Corte ha infinte ritenuto provato che quasi tutte le assenze del dipendente fossero collegate alla sua disabilità, la sussistenza di una discriminazione indiretta e, di conseguenza, la nullità del licenziamento.

Centro Studi | Studio Cassone

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