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Corte Costituzionale 2024: ancora sulla legittimità del “Jobs Act”

Con la sentenza n. 44, depositata il 19 marzo 2024, la Corte Costituzionalesi è pronunciata sulla questione di legittimità che era stata sollevata con riferimento ad un articolo del decreto che – in attuazione del Jobs Act – ha introdotto il c.d. contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti.

 

Nello specifico, le censure del Tribunale ordinario di Lecce si sono concentrate sull’articolo con cui è stato previsto che le tutele crescenti si applichino non solo agli assunti post 7 marzo 2023 (data di entrata in vigore della nuova disciplina), ma anche ai lavoratori assunti precedentementeda parte di datori di lavoro che, in conseguenza di assunzioni a tempo indeterminato avvenute successivamente a tale data, avessero superato il limite dei 15 dipendenti.

 

Tale previsione è stata formulata in applicazione dei principi stabiliti dalla legge delega (c.d. Jobs Act) che aveva previsto l’introduzione di una nuova disciplina sulle conseguenze del licenziamento soltanto con riferimento alle “nuove assunzioni”.

Il decreto legislativo, secondo chi ha proposto la questione di legittimità costituzionale, sarebbe dunque andato oltre la delega ricevuta in quanto «il sopravvenuto superamento della soglia numerica riferita alla posizione di coloro che erano già dipendenti non sarebbe (…) una circostanza riconducibile alla nozione di “nuova assunzione”, né tale eventualità sarebbe stata altrimenti presa in considerazione dal legislatore delegante».

Ebbene, la Corte Costituzionale ha ritenuto la questione non fondata, in quanto la legge delega, prevedendo una nuova disciplina per le “nuove assunzioni” si è ispirata «alla logica secondo cuiilavoratori in servizio alla data suddetta, che già avevano la tutela reintegratoria ex art. 18 statuto lavoratori, la conservano anche in caso di licenziamenti intimati dopo il 7 marzo 2015, mentre i lavoratori assunti a partire da tale data accedono direttamente al più limitato regime di tutela».

In definitiva, allora, secondo la Corte Costituzionale il decreto sulle tutele crescentinon ha violato tale logica con riferimento ai «dipendenti che, in ragione della mancata integrazione del requisito occupazionale di cui all’art. 18, commi ottavo e nono, statuto lavoratori, ricadevano, alla data del 7 marzo 2015, nell’area di applicazione della tutela (solo) indennitaria prevista (non già dallo stesso art. 18, ma) dalla legge n. 604 del 1966», in quanto: «per questi lavoratori, impiegati in piccole aziende, non esisteva un regime di tutela reintegratoria ex art. 18 da conservare».

Centro Studi | Studio Cassone

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