Diffida accertativa per crediti dei lavoratori

L’istituto della diffida accertativa è stato introdotto nel nostro ordinamento con la finalità di tutelare i crediti maturati dal lavoratore a fronte di inosservanze della disciplina in materia di lavoro da parte del datore. 

Si tratta di un provvedimento amministrativo che può scaturire dalla normale attività ispettiva dell’ITL o che può essere avviato a seguito di denuncia del lavoratore stesso presso l’ITL. La norma prevede che, qualora emergano inosservanze della disciplina contrattuale, il personale ispettivo provveda a diffidare il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dall’accertamento.  

Sono oggetto di tale tipo di tutela esclusivamente i crediti di lavoro liquidi, determinati, esigibili e certi quali, ad esempio, la corresponsione delle retribuzioni, del TFR o degli scatti di anzianità. 

Entro 30 giorni dalla ricezione della notifica, il datore di lavoro ha la possibilità di richiedere un tentativo di conciliazione monocratica. Nel caso in cui la richiesta di conciliazione sia tardiva o non si concluda con esito positivo, il provvedimento viene convalidato dal direttore dell’ITL e acquista valore di accertamento tecnico con efficacia di titolo esecutivo. 

Con la nota n. 595 del 23 gennaio 2020, l’INL ha fornito alcuni chiarimenti in merito alla prescrizione dei crediti da lavoro nelle ipotesi in cui il personale ispettivo debba adottare un provvedimento di diffida accertativa. 

Innanzitutto occorre precisare che l’art. 2948 del codice civile stabilisce un limite di prescrizione quinquennale per richiedere tutte le somme corrisposte dal datore di lavoro al prestatore con periodicità annuale o infrannuale e le indennità spettanti alla cessazione del rapporto di lavoro. Se, normalmente, il termine di prescrizione deve essere conteggiato a decorrere dal momento in cui il diritto stesso può essere fatto valere, la giurisprudenza ha negli anni espresso l’orientamento secondo cui la decorrenza del termine non opera in costanza di rapporto di lavoro, ma viene determinata a partire dalla cessazione del rapporto stesso. Tale orientamento è giustificato dall’idea che, in costanza di rapporto, il lavoratore si possa trovare in una situazione di timore che non gli consenta di far valere i propri diritti. Sentenze più recenti della Corte di Cassazione hanno però stabilito la necessità di valutare caso per caso se, durante il rapporto, il lavoratore sia davvero nella condizione di temere per il licenziamento. Secondo quanto riportato dalla nota dell’INL, l’accertamento dello stato di “sudditanza psicologica” non può essere condotto dall’organo di vigilanza nel corso dell’attività ispettiva ma deve essere rimesso all’Autorità Giudiziaria. 

Pertanto, il personale ispettivo dovrà verificare i crediti da lavoro per i quali non sia ancora maturato il termine di prescrizione quinquennale, considerando quest’ultimo maturabile anche in costanza di rapporto di lavoro. Ovviamente, si dovrà tener conto di ogni eventuale atto documentato posto in essere dal lavoratore per interrompere i termini di prescrizione. A tal fine si ritiene sufficiente un qualsiasi atto scritto -trasmesso al datore con mezzi idonei a garantire la conoscenza legale - che contenga la chiara indicazione del soggetto obbligato e l’esplicitazione di una pretesa ovvero la richiesta di adempimento e che sia idoneo a manifestare l’inequivocabile volontà del lavoratore di far valere il proprio diritto. 

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