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Jobs Act – la tutela reintegratoria si applica a tutti i casi di nullità del licenziamento

La Corte di Cassazione ha sollevato una nuova questione di legittimità costituzionale con riferimento al decreto sul contratto a tutele crescenti (d.lgs. n. 23/2015) ed in particolare all’art. 2, primo comma, il quale prevede la reintegrazione del lavoratore per il licenziamento nullo perché discriminatorio o comunque perché “riconducibile agli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge” (come ad esempio la nullità del licenziamento irrogato in concomitanza col matrimonio o in violazione dei divieti di licenziamento in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità).

La Cassazione aveva sostenuto che tale disposizione violasse il criterio di delega fissato dal Jobs Act (l. n. 183/2014), che prevedeva la tutela reintegratoria nei casi di “licenziamenti nulli”, senza operare alcuna distinzione (art. 1, comma 7, lettera c).

Come noto, la giurisprudenza distingue tra:

  • nullità testuali: che prevedono esplicitamente la sanzione della nullità come conseguenza della violazione di una norma imperativa;
  • nullità virtuali: che, pur in assenza di tale specificazione, derivano dalla contrarietà a norme imperative (ex art. 1418 cod. civ.). Per queste nullità è l’interprete a dover “accertare se il legislatore, con la prescrizione di norme imperative, abbia anche inteso far discendere, dalla contrarietà dell’atto negoziale ad esse, la sua nullità”.

La questione decisa dalla Corte Costituzionale ha ad oggetto il secondo tipo di nullità, ed in particolare i licenziamenti affetti da “nullità virtuale”, a cui – secondo il dettato del d.lgs. 23/2015 – non potrebbe conseguire la tutela reintegratoria.

La Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la censura della Corte di Cassazione in quanto:

“muovendo innanzi tutto dall’interpretazione della legge di delega, rileva che nella lettera dell’indicato criterio direttivo manchi del tutto la distinzione tra nullità «espressamente» previste e nullità conseguenti sì alla violazione di norme imperative, ma senza l’espressa loro previsione come conseguenza di tale violazione. Il prescritto mantenimento del diritto alla reintegrazione è contemplato per i «licenziamenti nulli» tout court, laddove una eventuale distinzione, inedita (…) rispetto alla disciplina previgente dei licenziamenti individuali, avrebbe richiesto una previsione (questa sì) espressa”.

Con la sentenza n. 22, depositata il 22 febbraio 2024, la Corte Costituzionale ha dunque dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 23/2015, limitatamente alla parola “espressamente”. 

Tra le ipotesi di violazione di norma imperativa che determinano la nullità (e, a seguito della nuova pronuncia costituzionale, la tutela reintegratoria), la Corte Costituzionale ha citato:

  • il licenziamento in periodo di comporto per malattia: violazione dell’art. 2110 cod. civ.);
  • il licenziamento per motivo illecito ex art. 1345 cod. civ., come quello ritorsivo nei confronti del dipendente che segnali illeciti commessi dal datore di lavoro;
  • il licenziamento intimato in violazione del “blocco” dei licenziamenti economici intervenuto in conseguenza del Covid;
  • il licenziamento intimato in contrasto con le norme sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali;
  • del licenziamento in violazione del diritto alla conservazione del posto per i lavoratori tossicodipendenti che accedere ai programmi terapeutici e di riabilitazione presso i servizi sanitari delle unità sanitarie locali o di altre strutture terapeutico-riabilitative e socio-assistenziali.
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